Monitoraggio daino (Dama dama Linnaeus, 1758)

Inquadramento sistematico
Superordine: Ungulata
Ordine: Artiodactyla
Sottordine: Ruminantia
Famiglia: Cervidae
Sottofamiglia: Cervinae
Genere: Dama
Specie: Dama dama Linnaeus, 1758

Il genere Dama è suddiviso in 2 taxa corrispondenti alla popolazione europea e a quella mesopotamica o persiana; alcuni Autori considerano tali taxa 2 specie distinte: Dama dama e Dama mesopotamica (Brooke, 1875), altri le classificano invece come due sottospecie (D. d. dama e D. d. mesopotamica); altri ancora hanno considerato che le differenze con il Genere Cervus (Linnaeus, 1758) non meriterebbero l’attribuzione delle 2 forme ad un Genere diverso   

Notizie storiche e distribuzione

L’areale originario di Dama dama viene posizionato nella parte più orientale del bacino del Mediterraneo. La specie presenta attualmente una distribuzione quasi completamente “artificiale”; l’unica popolazione residua originale è, con tutta probabilità, quella di Dùzler in Turchia (Parco Nazionale di Termessos) vicino ad Antalya.

Il daino è comune in molte aree dell’Europa occidentale ed è particolarmente abbondante in Inghilterra. Molte di queste popolazioni hanno avuto origine da nuclei provenienti da tenute aristocratiche dove i daini venivano immessi per motivi ornamentali e venatori. Altre popolazioni hanno avuto origine da individui fuggiti da allevamenti. Di particolare interesse storico è la popolazione di questo Cervide presente a Rodi, caratterizzata da nanismo insulare, e quella, ora estinta, della Sardegna, frutto di introduzioni avvenute in tempi remoti.

L’origine delle popolazioni presenti in Italia è sconosciuta. Diversi Autori hanno in passato ritenuto che il Genere si sia estinto in Europa occidentale durante la glaciazione Wùrmiana e che la specie sia stata introdotta in epoca storica. Recenti ricerche archeozoologiche hanno tuttavia mostrato che le prime introduzioni sono state probabilmente effettuate nel periodo Neolitico; inoltre, alcuni graffiti rupestri provenienti da Lazio, Puglia e Sicilia suggeriscono la permanenza di popolazioni residue durante il periodo Tardo Glaciale. La presenza di popolazioni di daino in Italia durante il periodo romano non è documentata, mentre la specie era sicuramente presente nel Medioevo (Pedrotti L., E. Duprè, D. Preatoni, S. Toso, 2001). Allo stato attuale delle conoscenze la specie dovrebbe quindi essere considerata un’entità parautoctona per il territorio italiano; Le popolazioni italiane più antiche potrebbero essere quelle di Castelporziano (documentata dall’XI secolo) e San Rossore (nota dal XIV secolo). Recenti analisi genetiche hanno mostrato un elevato grado di polimorfismo genetico della popolazione di Castelporziano, che potrebbe confermare una sua maggiore antichità. (Pedrotti L., E. Duprè, D. Preatoni, S. Toso, 2001)

daino-reg2

Nel territorio italiano il daino è attualmente presente in poco meno della metà delle province. La sua distribuzione è frutto di introduzioni operate dall’uomo in epoche diverse ed appare pertanto estremamente frammentata in tutto il suo areale e caratterizzata dalla presenza di numerose popolazioni tra loro completamente isolate. In 34 province questo cervide è presente con piccoli nuclei sparsi di consistenza limitata o non quantificata; in 13 di esse, la consistenza dei nuclei presenti è superiore ai 300 individui. L’areale attualmente occupato si estende complessivamente per circa 5.000 Km e interessa soprattutto la Toscana e l’Emilia-Romagna (in pratica tutto l’Appennino settentrionale, sino alla provincia di Pesaro) ed una vasta area posta tra la provincia di Alessandria e l’Appennino ligure; in queste zone sono stimati poco meno di 20.000 individui, pari ad oltre l’80% della consistenza nazionale complessiva. Questi dati sono stati aggiornati nella pubblicazione “Banca Dati Ungulati: status, distribuzione, consistenza, gestione, prelievo venatorio e potenzialità delle popolazioni di Ungulati in Italia.” (Pedrotti L., E. Duprè, D. Preatoni, S. Toso, 2001) occorre però sottolineare come, i dati di consistenza e distribuzione del daino, come del resto quelli degli altri ungulati selvatici, necessiterebbero di costanti monitoraggi e periodici aggiornamenti, proprio in funzione del costante incremento di areali e consistenze, conseguente ad un fenomeno espansivo iniziato diversi anni fa e tuttora in corso, in gran parte dell’Italia.

Aspetto e morfologia

Il daino ha l’aspetto di un animale agile, in virtù di un’altezza al groppone leggermente superiore rispetto al garrese, anche se a volte si possono riscontrare nei maschi adulti, altezze al garrese uguali o di poco maggiori di quelle al groppone. A testimoniare l’elevato grado di manipolazione subito dalla specie, sono presenti quattro diverse colorazioni del mantello: pomellato, melanico, isabellino e leucistico, con frequenze molto variabili da popolazione a popolazione anche nel grado di pomellatura.

Le caratteristiche distintive principali della specie sono diverse, ad iniziare dalla struttura “appiattita” dei palchi nei maschi adulti (superiormente alla punta chiamata “mediano”), dal tipico specchio anale che, negli individui con mantello pomellato ed isabellino, è di colore bianco candido bordato da strisce nere, al cui centro spicca la coda (anch’essa superiormente nera), mentre è totalmente nero negli individui pomellati e completamente bianco in quelli leucistici. Anche la coda, piuttosto lunga, è di per sé un carattere distintivo rilevante. Altra caratteristica specifica importante, sono le “bande di colore” (tonalità diverse di colore del mantello) rilevabili sui fianchi degli animali; tali bandeggi vanno da una tonalità più scura ad una più chiara, in senso dorso-ventrale e sono tre negli individui pomellati ed isabellini, due in quelli melanici, mentre sono assenti in quelli leucistici.

Come nel caso del capriolo, anche per il daino lo specchio anale svolge un ruolo importante nelle “comunicazioni” intraspecifiche, infatti in condizioni di “allarme” (conseguente ad una situazione di pericolo), la coda sollevata mette in evidenza lo “specchio” totalmente bianco, comunicando quindi ai conspecifici una possibile situazione di rischio, eventualmente enfatizzata dalla caratteristica fuga a “balzi verticali” tenendo le zampe unite (“stotting”). Caratteri sessuali maschili molto importanti sono anche l’evidenza del “pennello” (ciuffo terminale dell’astuccio penico), la grossezza del collo e la vistosità del “pomo d’Adamo”; questi caratteri diventano più vistosi e tangibili durante il periodo riproduttivo, ma sono comunque percepibili durante tutto l’arco dell’anno e caratterizzano soprattutto i “palanconi”.

Sulla individuazione e denominazione delle classi di età e soprattutto sul periodo in cui far ricadere il “cambio di classe”, si sono sempre registrati pareri piuttosto discordanti. Le esigenze nella predisposizione dei calendari venatori, relativi al prelievo degli ungulati, unitamente all’individuazione nei mesi di marzo-aprile del periodo migliore in cui effettuare i conteggi “a vista sul primo verde”, indicano nel 30 di aprile il momento più funzionale in cui far ricadere il pur teorico cambio di classe. Le classi di età individuate di conseguenza e funzionali sia alle operazioni di prelievo, sia a quelle di conteggio sono esposte nella seguente tabella:

CLASSE MASCHI FEMMINE
0 Piccoli: da 0 a 10 -11 mesi Piccoli: da 0 a 10 -11 mesi
1 Fusoni: da 10 -11 a 22 – 23 mesi Sottili: da 10 -11 a 22 – 23 mesi
2 Balestroni: da 22 – 23 mesi a 4-5 anni Adulte: oltre i 22 – 23 mesi
3 Palanconi: oltre i 4 – 5 anni

Ciclo dei palchi e denominazioni conseguenti

A partire da 9-10 mesi di età (marzo-aprile dell’anno successivo alla nascita) i maschi iniziano la costruzione dei primi palchi, che sono costituiti da stanghe piuttosto corte e non ramificate, prive di rose e a forma di fuso (da cui il nome “fusoni”), che verrà pulito a settembre e “gettato” a fine maggio-giugno dell’anno successivo. Dal momento che nello stesso periodo in cui inizia la crescita del primo palco, molti fusoni dell’anno precedente non hanno ancora gettato i palchi, può determinarsi la contemporanea presenza di due “categorie” di fusoni: quelli che si apprestano a diventarlo (meno di un anno) e quelli che si apprestano a gettare i fusi (meno di due anni prossimi balestroni) con probabili problemi nella discriminazione; può essere di aiuto ricordare che i più giovani si trovano di solito associati alle femmine adulte, mentre i fusoni di quasi due anni hanno già lasciato il gruppo familiare e vivono associati ad altri maschi; inoltre nei pochi casi in cui le due categorie di fusoni si trovino assieme, risulta evidente la differenza di dimensioni (fisica e dei fusi) grazie alla comparazione diretta: i fusi dei maschietti più giovani sono in velluto e più corti.

Nel palco di seconda testa possono comparire solo oculare, mediano, spina e vertice, oppure presentare già un accenno più o meno sviluppato di “pala”. Da questa fase in poi, di anno in anno i palchi e la larghezza della pala aumentano di dimensione e complessità strutturale ma, fino a che la pala non supera i 10 cm. di larghezza, i maschi corrispondenti vengono ancora classificati “balestroni” mentre, gli individui con pala larga oltre i 10 cm sono classificati “palanconi”. Si possono a volte osservare individui che, valutati solo in funzione della larghezza della pala (attorno ai 10 cm), risultano di dubbia classificazione. Occorre ovviamente in tal caso valutare anche altre caratteristiche (la grossezza della stanga, il grado di apertura, le dimensioni e curvatura dell’oculare) che, pur essendo caratteri influenzabili da variabilità individuale, possono, oltre ovviamente alle dimensioni e struttura dell’animale, aiutarci nella determinazione della classe di età.

Conservazione, gestione e tecniche di monitoraggio

Per affrontare in modo corretto le problematiche relative alla gestione della fauna, occorre chiarire il significato di alcuni termini inerenti la gestione in senso lato, iniziando con l’esaminare le differenze fra conservazione e gestione: La conservazione è rappresentata dalla protezione (attiva e passiva) e persegue il mantenimento nel tempo delle risorse faunistiche e dei meccanismi evolutivi che le condizionano. La gestione può avere anch’essa finalità di protezione, alle quali si può però affiancare l’utilizzo della risorsa mediante strumenti applicativi che consentano di perseguire contemporaneamente le finalità di conservazione. La gestione rappresenta quindi la parte attiva della conservazione. Conservare può quindi corrispondere anche all’assoluta assenza di ogni intervento umano, mentre gestire implica la necessità ed il tentativo di intervenire attivamente sulla risorsa. La gestione faunistica, spesso impropriamente confusa con quella venatoria, si propone di programmare e attuare linee di intervento, a carico della specie interessata (o delle specie interessate), volte a massimizzare i possibili vantaggi da essa derivabili ed a stabilizzarli nel tempo. Alla base di questo tipo di gestione è generalmente posta una visione globale dell’ambiente, nel quale la fauna viene considerata una componente strutturale e funzionale dell’ecosistema, alla cui conservazione sono indirizzate tutte le decisioni progettuali. La gestione faunistica è quindi quella generalmente applicabile alle aree quali Parchi Nazionali, Riserve Demaniali, ecc.) dove, stando alle normative vigenti, non è prevista l’attività venatoria. I fini gestionali di tali “aree protette” dovrebbero portare, oltre che al mantenimento o alla ricostruzione delle zoocenosi anche alla valorizzazione dell’uso indiretto (come il turismo naturalistico) delle popolazioni animali presenti.

Alla base delle conoscenze biologiche ed ecologiche di una popolazione, e come presupposto fondamentale per la gestione, è necessario assumere informazioni circa la distribuzione, la consistenza e la struttura di una determinata specie nell’area di riferimento.

Nel caso degli ungulati selvatici, la distribuzione di una specie (il cosiddetto areale) può essere definita anche semplicemente attraverso l’occasionale osservazione diretta di individui o mediante il rilevamento dei segni di presenza caratteristici di ciascuna specie (per esempio: fatte, impronte, fregoni, grufolate, bramiti, scortecciamenti, ecc.).

Per la valutazione della consistenza e struttura delle popolazioni (o di altri parametri utili alla gestione) occorre effettuare censimenti più mirati e specifici. La scelta della tecnica più opportuna per il monitoraggio delle popolazioni di ungulati selvatici deve essere effettuata prendendo in considerazione diversi fattori: specie da censire, morfologia e caratteristiche ambientali del territorio di riferimento, disponibilità di personale esperto per la realizzazione del censimento ecc., deve inoltre tenere conto delle finalità applicative (utilizzo dei dati raccolti).

Monitoraggio con video/foto trappole: distribuzioni di frequenza di rilevamento degli orari di passaggio delle varie specie

Abbiamo ottenuto i dati da 925 record di passaggi di specie, di cui 170 nel 2016 da aprile a maggio (notti/trappola 86) e 755 nel 2018 da aprile a luglio (notti/trappola 288) . Nella galleria sottostante potete vedere il grafico degli orari di passaggio per ogni specie rilevata.

Monitoraggio con video/foto trappole: area indagata e risultati

L’area che abbiamo indagato fa parte della bassa collina forlivese, circa 10 km in linea d’aria da Forlì con altitudine compresa tra i 100 e 400 metri s.l.m.
Sono state posizionate 6 video/foto trappole da aprile a luglio 2018.

Tasso di cattura per unità di sforzo (Catch per unit effort – Cpue) Cpue = C/X

Per ogni specie rilevata, dove con C si intende il Tasso di cattura fotografica/video (Photographic capture rate) definito come la somma del numero di fotografie/video valide per ciascuna specie scattate dalla fototrappola, e con X lo Sforzo di campionamento totale (Total sampling effort) definito come la somma di tutti i periodi (notti-trappola) durante i quali la fototrappola è rimasta operativa (Watts et al, 2008).

Elenco delle FT posizionate
CU2Sforzo di
campionamento
totale (X)
Tasso di cattura
teriofauna (C)
Tasso di cattura
elementi antropici
Indice di cattura
per unità di sforzo
teriofauna (Cpue)
Indice di cattura
per unità di sforzo
elementi antropici
Note
FT166.759221.380.03laghetto
FT239.84108292.710.73piazzale
FT366.6243006.450incrocio
FT458.526071.020.12pantano
FT528.3439401.381.41villa Zanetti
FT628.372660.920.21casa Martina

Grafici di Pareto riferito all’indice di cattura per unità di sforzo delle specie rilevate per ogni FT:

FT1 – posizionata vicino ad un laghetto di irrigazione
FT2 – posizionata su un piazzale di manovra mezzi agricoli
FT3 – posizionata in un incrocio di stradelle sterrate all’interno del bosco
FT4 – posizionata su una calaia ai bordi dei campi che attraversa una zona di pantano
FT5 – posizionata nel podere di Villa Zanetti
FT6 – posizionata nel podere denominato casa Martina

Indici di diversità:

S – ricchezza di specie rilevate.
D – indice di diversità di Simpson.
E – indice di uniformità di Simpson.
H – Indice di diversità di Shannon.
J – Indice di uniformità di Shannon.

Monitoraggio con video/foto trappole: metodi

I video scaricati dalle foto-video-trappole (FVT) vengono visionati uno ad uno, si eliminano i video vuoti e si rinominano i video utili con il nome della specie rilevata. Per mantenere inalterata la cronologia dei video nella cartella si mantiene il nome che viene dato di default dalla FVT.

Il database di raccolta dei dati l’ho implementato nel programma Microsoft Access, comprensivo di due tabelle principali:

tbl Durata monitoraggio” dove sono memorizzati i campi contenenti il codice univoco di posizionamento, le coordinate geografiche, il nome della località conosciuta più vicina o di riferimento, l’operatore responsabile del posizionamento, data e ora di posizionamento, data e ora di scarico video;

alla tabella sono stati aggiunti anche alcuni campi calcolati: sforzo di campionamento totale (Total sampling effort) definito come la somma di tutti i periodi (notti-trappola) durante i quali la foto-trappola è rimasta operativa, tasso di cattura video (Video capture rate) definito come la somma del numero di video validi per ciascuna specie ripresi dalla foto-trappola nella sezione di campionamento, persone o auto rilevate e relativo tasso di cattura per unità di sforzo. Viene conteggiato anche il numero di video vuoti.

Dal rapporto fra questi due indici si ricava il valore di cattura per unità di sforzo(Catch per unit effort – abbreviato Cpue) per ogni specie rilevata.

Nella tabella “tbl Filmati” relazionata alla precedente attraverso il campo codice univoco, ogni record corrisponde ad un video per specie diversa.  Sono registrati specie, numero di individui, sesso e classe di età quando riconoscibili, data e ora di cattura. Dalla relazione delle due tabelle viene poi ricavata una scheda per ogni unità di campionamento e l’indice cattura per unità di sforzo.

Bibliografia consultata:

 http://www.lifetib.it/DOWNLOAD/relazioni/Azione%20E.2.6_Teriofauna_2014.pdf

I grandi mammiferi selvatici della provincia di Forlì-Cesena

Ciclo di tre conferenze che si sono svolte presso il Polo La Còcla a Forlì, con tema i grandi mammiferi selvatici.

Per ora ho preparato, visibile come video, solo la relazione sul lupo, le altre (tempo permettendo) le inserirò più avanti.

Il nostro punto di vista sul lupo

Lupi, ibridi, ……… o cani ferali? Caratteristiche discriminative … e non solo!

Materiale specifico in parte tratto da «Caratteristiche fenotipiche nel lupo in Italia (Canis lupus italicus Altobello, 1921), e Variabilità potenzialmente riconducibile all’ibridazione con il cane (Canis lupus familiaris).» Wolf Appennine Center – Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, di Molinari Luigi e Mario Andreani , Modificato.

Le immagini, ove non diversamente indicato, sono degli autori o tratte da internet.

Comparazione del ciclo biologico annuale dei cervidi valutato mensilmente

 CaprioloCervoDaino
GennaioFase di raggruppamento. Gruppi misti, maschi con palchi in velluto mediamente a metà ricrescita, maschi vecchi solitari; mantello invernale.Gruppi invernali di solito unisessuali, qualche maschio giovane con le femmine; maschi con palchi in testa "puliti", manto invernale.Gruppi invernali di solito unisessuali, qualche maschio giovane con le femmine; maschi con palchi in testa "puliti", manto invernale.
FebbraioContinua la fase di raggruppamento. Maschi con palchi in velluto, ricrescita mediamente avanzata, palchi in velluto, ricrescita, martello invernale.Ancora raggruppamenti
invernali unisessuali, a
fine mese i maschi più
vecchi iniziano a gettare i palchi, mantello
invernale.
Ancora raggruppamenti invernali unisessuali,
maschi con palchi in
testa “puliti”, mantello
invernale.
MarzoFase di raggruppamento per le femmine, i maschi si aggregano fra loro e, a fine mese iniziano la fase gerarchica. Inizialmente palchi in velluto, poi inizia la pulitura, mantello invernale.Mese in cui praticamente tutti i maschi adulti gettano i palchi (restano solo i fusoni e molti giovani); ancora raggruppamenti anche numerosi; mantello invernale.Ancora raggruppamenti invernali unisessuali, maschi con palchi in testa “puliti”, mantello invernale.
AprileTermina la fase gerarchica dei maschi che iniziano a marcare il territorio. Le femmine cominciano ad isolarsi in vista dei parti; comincia la muta, ad inizio mese nelle zone più basse, alla fine in quelle più elevate.Si completa la caduta dei palchi dei maschi; iniziano a disgregarsi i grandi gruppi; a fine mese le femmine iniziano a isolarsi in vista dei parti, sempre a fine mese qualche raro inizio di muta.Dopo metà mese i maschi più vecchi iniziano a gettare i palchi; le femmine cominciano ad isolarsi in vista dei parti; mantello invernale con qualche inizio di muta.
MaggioPartoriscono gran parte delle femmine adulte; i maschi proseguono l’attività di marcamento; si formano piccoli gruppetti di animali giovani (2-3 individui); mantello estivo con possibili eccezioni in aree fredde (altitudine elevata).Iniziano i parti per le femmine adulte; maschi ancora in piccoli gruppi, trofei in velluto con ricrescite avanzate negli individui vecchi a fine mese (si inizia a formare la corona); mantello in muta.Iniziano i parti; si disgregano i grandi gruppi invernali; maschi in piccoli gruppi quasi coetanei, si completa la caduta dei palchi, negli individui più vecchi trofei in velluto con piccole ricrescite; mantello in muta o estivo.
GiugnoFemmine adulte impegnate nelle cure parentali (diffidenti e isolate); i maschi (adulti solitari) proseguono in modo molto più blando l’attività di marcamento di un territorio ormai ben definito; mantello estivo.Proseguono (sempre meno numerosi e fino a oltre metà mese) i parti; maschi in piccoli gruppi o solitari, trofei in velluto con ricrescite molto avanzate, negli individui vecchi, a fine mese, completate; mantello estivo.Proseguono (sempre più rari e fino a circa metà mese) i parti; maschi in piccolissimi gruppi (alcuni individui), trofei in velluto con ricrescite già avanzate negli individui vecchi (evidente la pala); martello estivo.
LuglioCure parentali per le femmine, maschi che proseguono l’attività di marcamento; da circa metà mese periodo degli amori con giostre di corteggiamento e formazione di coppie temporanee; mantello estivo.Femmine impegnate nelle cure parentali, maschi per lo più solitari, trofei in fase di pulitura (ad eccezione degli individui più giovani ancora in velluto); mantello estivo.Cure parentali per le femmine, maschi in piccolissimi gruppi (alcuni individui), trofei in velluto con ricrescite quasi completate negli individui più anziani.
AgostoContinua il periodo riproduttivo fino a oltre metà mese; verso la fine inizia per i maschi la fase indifferente; per le femmine ancora cure parentali; mantello estivo.Femmine ancora impegnate nelle cure parentali; maschi solitari, trofei in fase di pulitura e “affilatura”; mantello estivo.Femmine impegnate nelle cure parentali; maschi solitari, trofei in progressiva fase di pulitura (ad iniziare dai più anziani); mantello estivo.
SettembreRicomincia gradatamente la fase di raggruppamento per le femmine; i maschi proseguono la fase indifferente (forte attività di alimentazione); palchi puliti, mantello estivo.Aumenta progressivamente la produzione di testosterone e l’attività di bramito; dopo metà mese inizia l’effettivo periodo degli amori palchi puliti, mantello estivo.Aumenta progressivamente la produzione di testosterone, inizia da verso fine mese l’attività di bramito e il periodo riproduttivo; palchi puliti, mantello estivo.
OttobreFase di raggruppamento; a fine mese i maschi più vecchi iniziano a gettare i palchi; netta prevalenza di maschi con palchi in testa; mantello estivo all’inizio, poi muta.Prosegue il periodo degli amori per circa 10-15 giorni con attività sempre meno frenetiche, poi fase indifferente per i maschi, ancora cure parentali per le femmine. mantello estivo, poi inizio muta.Massima attività riproduttiva per 2/3 del mese, poi graduale diminuzione; femmine sempre in gruppo (non molto numeroso); mantello estivo.
NovembreRaggruppamenti invernali; i maschi continuano a gettare i palchi e diventano evidenti i primi “abbozzi” nei maschietti di 6-7 mesi; contemporanea presenza di maschi con palchi puliti, maschi “scornati” e maschi con palchi in iniziale ricrescita (velluto); mantello invernale.Fase indifferente inizialmente, poi inizio delle aggregazioni a formare i consistenti gruppi invernali, può verificarsi qualche strascico di bramito per femmine non ingravidate estro che ritorna a cicli quasi mensili; mantello in muta o invernale.Fase indifferente inizialmente, ... poi inizio delle riaggregazioni a formare i consistenti gruppi invernali generalmente unisessuali; anche per il daino qualche possibile accoppiamento “tardivo”; mantello in muta o invernale.
DicembreRaggruppamenti invernali; ci si avvicina alla fine del periodo di caduta palchi; sempre più evidenti i primi "abbozzi" nei maschietti di 7-8 mesi; contemporanea presenza di maschi "scornati" e maschi con palchi in ricrescita; mantello invernale.Raggruppamenti invernali generalmente unisessuali (qualche maschio giovane con le femmine); maschi con palchi in testa “puliti”, manto invernale.Raggruppamenti invernali generalmente unisessuali (qualche maschio giovane con le femmine); maschi con palchi in testa “puliti”, manto invernale.

Caratteristiche del manto che aiutano nella discriminazione delle specie di ungulati da cuccioli

Nel riconoscimento dei cuccioli di ungulati ci sono alcune caratteristiche discriminative anche piuttosto semplici: 
Innanzitutto quelle dello specchio anale e della coda, che sono già visibili anche da piccoli, coda lunga e bordata di nero su fondo bianco (o totalmente nera) nel daino; coda corta, di colore arancio su fondo arancio (quindi poco percettibile) nel cervo; coda praticamente assente nel capriolo, con specchio anale che da cucciolo è “bordato” arancio. 
Nel caso del capriolo il mantello presenta le macchie bianche (pomellatura) disposte su file longitudinali regolari, anche da cucciolo è già visibile l’anello peri-nasale nero (baffetti).

Immagine di cucciolo di capriolo che ho scattato diversi anni fa,  il piccolo era accucciato in una piccola radura ai bordi di un camminamento dentro una cerreta,  mi ha osservato tranquillo e fiducioso del suo mimetismo mentre passavo.
Nel cervo sono assenti i baffetti e la pomellatura è assolutamente “disordinata”, … non segue nessun disegno e nessuna linea; questa è un’immagine scattata da un gruppo di escursionisti romagnoli (id3king) … il piccolo era, anche in questo caso, accucciato ai bordi del sentiero ma ha ritenuto più sicuro alzarsi e allontanarsi un po’.
Il daino è quello più problematico (come al solito) perché il mantello presenta caratteristiche intermedie fra le altre due specie di cervidi. La riga nera dorsale, con le due file di macchie bianche è quasi sempre presente, non ci sono “baffetti” ma spesso una chiazza più scura sopra al naso. Le altre macchie della pomellatura non sono simmetriche come nel capriolo, ma neppure disordinate come nel cervo. Si vedono sempre piuttosto bene (ovviamente se è in piedi) il bianco del sottopancia, le bande di colore laterali e le caratteristiche peculiari dello specchio anale.

Concetti di base di biometria e statistica

Quello che mi piace studiare

La biometria (dalle parole greche bìos = “vita”  e metros = “misura”) è la scienza che ha come oggetto di studio la misurazione delle variabili morfologiche degli organismi di una popolazione, attraverso metodologie matematiche e statistiche. I dati biometrici di un essere vivente sono derivabili dalla misurazione di varie caratteristiche del corpo (ad esempio le dimensioni del cranio e dell’ apparato scheletrico) e dalle proporzioni fra le sue componenti. In pratica quindi la biometria è una scienza che studia le variazioni degli esseri viventi relativamente alle caratteristiche fisiche.

La popolazione

Comprende un gruppo di organismi o individui, appartenenti ad una determinata specie, che interagiscono gli uni con gli altri in un’area delimitata e fra cui esiste la possibilità di scambio genetico (inter-fecondi).

Le variabili

Sono tutte quelle caratteristiche che mostrano una variabilità a livello individuale (ad esempio le misurazioni biometriche come: peso, lunghezza testa-tronco,  altezza al garrese, ecc). La misurazione di una variabile è la determinazione di numeri e valori.

Tutte le misurazioni di qualsivoglia grandezza fisica mostrano variazioni conseguenti anche alla variabilità individuale, che è una proprietà intrinseca di tutti gli esseri viventi; le misure biologiche sono pertanto soggette a inevitabili variazioni, più delle misure di altre grandezze fisiche. Le variabili, in funzione del tipo di dato rappresentato, possono essere continue o discontinue.

Variabili discontinue: sono rappresentate da numeri interi, ed in genere derivano da semplici conteggi di individui, oggetti, ecc. (frequenze).

Variabili continue: i valori possono cadere in qualsiasi punto su di una scala numerica ininterrotta e sono ottenuti di solito tramite “misurazioni” (lunghezza, peso, ecc.).

Le variabili che si misurano in biometria sono quindi continue.

Dal momento che nella maggior parte dei casi risulta impossibile misurare una data variabile in tutti i membri di una popolazione, si è costretti a rilevare i dati in un gruppo più piccolo che sia rappresentativo dell’intera popolazione. Questo sottoinsieme è detto campione e risulta costituito da una serie di unità di campionamento (ad esempio il singolo individuo).

Il campione è una parte del tutto. Il principale obiettivo di un campionamento è quindi quello di raccogliere dati che consentiranno di generalizzare all’intera popolazione, con un certo grado di affidabilità, le conclusioni ottenute dal campione. Questo processo di generalizzazione è detto «inferenza».

Per approfondire:

https://www.quadernodiepidemiologia.it/epi/HomePage.html

Quando si effettua uno studio basato su campionamenti, è necessario tener presente che non si otterranno mai risultati del tutto affidabili. Per valutare la “bontà” di uno studio campionario è indispensabile tener conto di vari fattori, i più importanti dei quali, oltre ai criteri di scelta della popolazione studiata, sono: la dimensione del campione, il metodo con cui si è selezionato il campione, la precisione e standardizzazione delle misure effettuate.