Monitoraggio daino (Dama dama Linnaeus, 1758)

Inquadramento sistematico
Superordine: Ungulata
Ordine: Artiodactyla
Sottordine: Ruminantia
Famiglia: Cervidae
Sottofamiglia: Cervinae
Genere: Dama
Specie: Dama dama Linnaeus, 1758

Il genere Dama è suddiviso in 2 taxa corrispondenti alla popolazione europea e a quella mesopotamica o persiana; alcuni Autori considerano tali taxa 2 specie distinte: Dama dama e Dama mesopotamica (Brooke, 1875), altri le classificano invece come due sottospecie (D. d. dama e D. d. mesopotamica); altri ancora hanno considerato che le differenze con il Genere Cervus (Linnaeus, 1758) non meriterebbero l’attribuzione delle 2 forme ad un Genere diverso   

Notizie storiche e distribuzione

L’areale originario di Dama dama viene posizionato nella parte più orientale del bacino del Mediterraneo. La specie presenta attualmente una distribuzione quasi completamente “artificiale”; l’unica popolazione residua originale è, con tutta probabilità, quella di Dùzler in Turchia (Parco Nazionale di Termessos) vicino ad Antalya.

Il daino è comune in molte aree dell’Europa occidentale ed è particolarmente abbondante in Inghilterra. Molte di queste popolazioni hanno avuto origine da nuclei provenienti da tenute aristocratiche dove i daini venivano immessi per motivi ornamentali e venatori. Altre popolazioni hanno avuto origine da individui fuggiti da allevamenti. Di particolare interesse storico è la popolazione di questo Cervide presente a Rodi, caratterizzata da nanismo insulare, e quella, ora estinta, della Sardegna, frutto di introduzioni avvenute in tempi remoti.

L’origine delle popolazioni presenti in Italia è sconosciuta. Diversi Autori hanno in passato ritenuto che il Genere si sia estinto in Europa occidentale durante la glaciazione Wùrmiana e che la specie sia stata introdotta in epoca storica. Recenti ricerche archeozoologiche hanno tuttavia mostrato che le prime introduzioni sono state probabilmente effettuate nel periodo Neolitico; inoltre, alcuni graffiti rupestri provenienti da Lazio, Puglia e Sicilia suggeriscono la permanenza di popolazioni residue durante il periodo Tardo Glaciale. La presenza di popolazioni di daino in Italia durante il periodo romano non è documentata, mentre la specie era sicuramente presente nel Medioevo (Pedrotti L., E. Duprè, D. Preatoni, S. Toso, 2001). Allo stato attuale delle conoscenze la specie dovrebbe quindi essere considerata un’entità parautoctona per il territorio italiano; Le popolazioni italiane più antiche potrebbero essere quelle di Castelporziano (documentata dall’XI secolo) e San Rossore (nota dal XIV secolo). Recenti analisi genetiche hanno mostrato un elevato grado di polimorfismo genetico della popolazione di Castelporziano, che potrebbe confermare una sua maggiore antichità. (Pedrotti L., E. Duprè, D. Preatoni, S. Toso, 2001)

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Nel territorio italiano il daino è attualmente presente in poco meno della metà delle province. La sua distribuzione è frutto di introduzioni operate dall’uomo in epoche diverse ed appare pertanto estremamente frammentata in tutto il suo areale e caratterizzata dalla presenza di numerose popolazioni tra loro completamente isolate. In 34 province questo cervide è presente con piccoli nuclei sparsi di consistenza limitata o non quantificata; in 13 di esse, la consistenza dei nuclei presenti è superiore ai 300 individui. L’areale attualmente occupato si estende complessivamente per circa 5.000 Km e interessa soprattutto la Toscana e l’Emilia-Romagna (in pratica tutto l’Appennino settentrionale, sino alla provincia di Pesaro) ed una vasta area posta tra la provincia di Alessandria e l’Appennino ligure; in queste zone sono stimati poco meno di 20.000 individui, pari ad oltre l’80% della consistenza nazionale complessiva. Questi dati sono stati aggiornati nella pubblicazione “Banca Dati Ungulati: status, distribuzione, consistenza, gestione, prelievo venatorio e potenzialità delle popolazioni di Ungulati in Italia.” (Pedrotti L., E. Duprè, D. Preatoni, S. Toso, 2001) occorre però sottolineare come, i dati di consistenza e distribuzione del daino, come del resto quelli degli altri ungulati selvatici, necessiterebbero di costanti monitoraggi e periodici aggiornamenti, proprio in funzione del costante incremento di areali e consistenze, conseguente ad un fenomeno espansivo iniziato diversi anni fa e tuttora in corso, in gran parte dell’Italia.

Aspetto e morfologia

Il daino ha l’aspetto di un animale agile, in virtù di un’altezza al groppone leggermente superiore rispetto al garrese, anche se a volte si possono riscontrare nei maschi adulti, altezze al garrese uguali o di poco maggiori di quelle al groppone. A testimoniare l’elevato grado di manipolazione subito dalla specie, sono presenti quattro diverse colorazioni del mantello: pomellato, melanico, isabellino e leucistico, con frequenze molto variabili da popolazione a popolazione anche nel grado di pomellatura.

Le caratteristiche distintive principali della specie sono diverse, ad iniziare dalla struttura “appiattita” dei palchi nei maschi adulti (superiormente alla punta chiamata “mediano”), dal tipico specchio anale che, negli individui con mantello pomellato ed isabellino, è di colore bianco candido bordato da strisce nere, al cui centro spicca la coda (anch’essa superiormente nera), mentre è totalmente nero negli individui pomellati e completamente bianco in quelli leucistici. Anche la coda, piuttosto lunga, è di per sé un carattere distintivo rilevante. Altra caratteristica specifica importante, sono le “bande di colore” (tonalità diverse di colore del mantello) rilevabili sui fianchi degli animali; tali bandeggi vanno da una tonalità più scura ad una più chiara, in senso dorso-ventrale e sono tre negli individui pomellati ed isabellini, due in quelli melanici, mentre sono assenti in quelli leucistici.

Come nel caso del capriolo, anche per il daino lo specchio anale svolge un ruolo importante nelle “comunicazioni” intraspecifiche, infatti in condizioni di “allarme” (conseguente ad una situazione di pericolo), la coda sollevata mette in evidenza lo “specchio” totalmente bianco, comunicando quindi ai conspecifici una possibile situazione di rischio, eventualmente enfatizzata dalla caratteristica fuga a “balzi verticali” tenendo le zampe unite (“stotting”). Caratteri sessuali maschili molto importanti sono anche l’evidenza del “pennello” (ciuffo terminale dell’astuccio penico), la grossezza del collo e la vistosità del “pomo d’Adamo”; questi caratteri diventano più vistosi e tangibili durante il periodo riproduttivo, ma sono comunque percepibili durante tutto l’arco dell’anno e caratterizzano soprattutto i “palanconi”.

Sulla individuazione e denominazione delle classi di età e soprattutto sul periodo in cui far ricadere il “cambio di classe”, si sono sempre registrati pareri piuttosto discordanti. Le esigenze nella predisposizione dei calendari venatori, relativi al prelievo degli ungulati, unitamente all’individuazione nei mesi di marzo-aprile del periodo migliore in cui effettuare i conteggi “a vista sul primo verde”, indicano nel 30 di aprile il momento più funzionale in cui far ricadere il pur teorico cambio di classe. Le classi di età individuate di conseguenza e funzionali sia alle operazioni di prelievo, sia a quelle di conteggio sono esposte nella seguente tabella:

CLASSE MASCHI FEMMINE
0 Piccoli: da 0 a 10 -11 mesi Piccoli: da 0 a 10 -11 mesi
1 Fusoni: da 10 -11 a 22 – 23 mesi Sottili: da 10 -11 a 22 – 23 mesi
2 Balestroni: da 22 – 23 mesi a 4-5 anni Adulte: oltre i 22 – 23 mesi
3 Palanconi: oltre i 4 – 5 anni

Ciclo dei palchi e denominazioni conseguenti

A partire da 9-10 mesi di età (marzo-aprile dell’anno successivo alla nascita) i maschi iniziano la costruzione dei primi palchi, che sono costituiti da stanghe piuttosto corte e non ramificate, prive di rose e a forma di fuso (da cui il nome “fusoni”), che verrà pulito a settembre e “gettato” a fine maggio-giugno dell’anno successivo. Dal momento che nello stesso periodo in cui inizia la crescita del primo palco, molti fusoni dell’anno precedente non hanno ancora gettato i palchi, può determinarsi la contemporanea presenza di due “categorie” di fusoni: quelli che si apprestano a diventarlo (meno di un anno) e quelli che si apprestano a gettare i fusi (meno di due anni prossimi balestroni) con probabili problemi nella discriminazione; può essere di aiuto ricordare che i più giovani si trovano di solito associati alle femmine adulte, mentre i fusoni di quasi due anni hanno già lasciato il gruppo familiare e vivono associati ad altri maschi; inoltre nei pochi casi in cui le due categorie di fusoni si trovino assieme, risulta evidente la differenza di dimensioni (fisica e dei fusi) grazie alla comparazione diretta: i fusi dei maschietti più giovani sono in velluto e più corti.

Nel palco di seconda testa possono comparire solo oculare, mediano, spina e vertice, oppure presentare già un accenno più o meno sviluppato di “pala”. Da questa fase in poi, di anno in anno i palchi e la larghezza della pala aumentano di dimensione e complessità strutturale ma, fino a che la pala non supera i 10 cm. di larghezza, i maschi corrispondenti vengono ancora classificati “balestroni” mentre, gli individui con pala larga oltre i 10 cm sono classificati “palanconi”. Si possono a volte osservare individui che, valutati solo in funzione della larghezza della pala (attorno ai 10 cm), risultano di dubbia classificazione. Occorre ovviamente in tal caso valutare anche altre caratteristiche (la grossezza della stanga, il grado di apertura, le dimensioni e curvatura dell’oculare) che, pur essendo caratteri influenzabili da variabilità individuale, possono, oltre ovviamente alle dimensioni e struttura dell’animale, aiutarci nella determinazione della classe di età.

Conservazione, gestione e tecniche di monitoraggio

Per affrontare in modo corretto le problematiche relative alla gestione della fauna, occorre chiarire il significato di alcuni termini inerenti la gestione in senso lato, iniziando con l’esaminare le differenze fra conservazione e gestione: La conservazione è rappresentata dalla protezione (attiva e passiva) e persegue il mantenimento nel tempo delle risorse faunistiche e dei meccanismi evolutivi che le condizionano. La gestione può avere anch’essa finalità di protezione, alle quali si può però affiancare l’utilizzo della risorsa mediante strumenti applicativi che consentano di perseguire contemporaneamente le finalità di conservazione. La gestione rappresenta quindi la parte attiva della conservazione. Conservare può quindi corrispondere anche all’assoluta assenza di ogni intervento umano, mentre gestire implica la necessità ed il tentativo di intervenire attivamente sulla risorsa. La gestione faunistica, spesso impropriamente confusa con quella venatoria, si propone di programmare e attuare linee di intervento, a carico della specie interessata (o delle specie interessate), volte a massimizzare i possibili vantaggi da essa derivabili ed a stabilizzarli nel tempo. Alla base di questo tipo di gestione è generalmente posta una visione globale dell’ambiente, nel quale la fauna viene considerata una componente strutturale e funzionale dell’ecosistema, alla cui conservazione sono indirizzate tutte le decisioni progettuali. La gestione faunistica è quindi quella generalmente applicabile alle aree quali Parchi Nazionali, Riserve Demaniali, ecc.) dove, stando alle normative vigenti, non è prevista l’attività venatoria. I fini gestionali di tali “aree protette” dovrebbero portare, oltre che al mantenimento o alla ricostruzione delle zoocenosi anche alla valorizzazione dell’uso indiretto (come il turismo naturalistico) delle popolazioni animali presenti.

Alla base delle conoscenze biologiche ed ecologiche di una popolazione, e come presupposto fondamentale per la gestione, è necessario assumere informazioni circa la distribuzione, la consistenza e la struttura di una determinata specie nell’area di riferimento.

Nel caso degli ungulati selvatici, la distribuzione di una specie (il cosiddetto areale) può essere definita anche semplicemente attraverso l’occasionale osservazione diretta di individui o mediante il rilevamento dei segni di presenza caratteristici di ciascuna specie (per esempio: fatte, impronte, fregoni, grufolate, bramiti, scortecciamenti, ecc.).

Per la valutazione della consistenza e struttura delle popolazioni (o di altri parametri utili alla gestione) occorre effettuare censimenti più mirati e specifici. La scelta della tecnica più opportuna per il monitoraggio delle popolazioni di ungulati selvatici deve essere effettuata prendendo in considerazione diversi fattori: specie da censire, morfologia e caratteristiche ambientali del territorio di riferimento, disponibilità di personale esperto per la realizzazione del censimento ecc., deve inoltre tenere conto delle finalità applicative (utilizzo dei dati raccolti).

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